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Cosa sappiamo degli effetti dei robot sull’occupazione

Automatic robots in the industrial factory for assembly automotive products, automotive concept

Immagine in evidenza: robot industriali all’opera in una fabbrica automotive – Fonte: Unsplash

Da anni la domanda è sempre la stessa: “la robotizzazione delle industrie crea impiego o lo sottrae?”.
Ci sono studi che portano a risposte diverse o a conclusioni che dovrebbero essere approfondite. Ma anche la stessa domanda risulta problematica. “Creare impiego” è un’etichetta troppo ampia, la domanda dovrebbe essere corretta, e dovrebbe chiedere se la robotizzazione crei impieghi di qualità.

Partiamo dal 2013, quando Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, dell’Università di Oxford, hanno pubblicato uno studio dal titolo “The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs To Computerisation?”, vale a dire: “Futuro dell’impiego: quanto le professioni sono suscettibili alla computerizzazione?”, facendo una previsione nefasta secondo la quale il 47% dell’occupazione americana sarebbe stata esposta a una futura erosione operata dalla digitalizzazione, senza però fissare date entro le quali il disastro si sarebbe consumato. Lo studio analizzava 702 professioni diverse, stimando per ognuna il rischio di vulnerabilità alla computerizzazione, assegnandole un valore decimale compreso tra zero e uno, laddove zero significa alto rischio di esposizione alla robotizzazione e 1 sta per basso rischio di sostituzione dell’uomo mediante una macchina. 

Un altro studio del 2017, questa volta di matrice americana, raccontava una realtà meno catastrofista ma comunque pessimista: il mercato americano del lavoro, sostenevano Daron Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology (Mit) e Pascual Restrepo della Boston University, era minacciato in ragione dello 0,2% in più di disoccupazione e da una contrazione dei salari dello 0,42% per ogni robot ogni mille lavoratori. Un robot sarebbe stato in grado di sostituire due lavoratori (lo 0,2% ogni 1.000 operai). In realtà ci si riferisce non tanto a persone fisiche, quanto a ore uomo. Non sono la stessa cosa, perché i robot stanno creando spazi di co-operazione tra uomo e macchina nei quali l’uomo svolge attività più contenute, meno usuranti e pericolose. Questo aspetto apre un altro fronte – peraltro poco considerato – nel dibattito attuale: riuscire a eliminare o a ridurre gli impieghi che mettono a repentaglio la salute dell’uomo è davvero soltanto un tema attinente alla disoccupazione?

Nel 2020 invece il Joint Research Centre della Commissione europea pubblicava un report tecnico secondo il quale i robot erano collegati a un aumento dell’occupazione aggregata; e non stavano riducendo la percentuale di lavoratori poco qualificati in Europa.

Le conclusioni di uno studio italiano

In questo contesto nel 2021 l’Istituto italiano per l’analisi delle politiche pubbliche ha pubblicato un rapporto che si situa invece su un fronte neutro, sostenendo che i robot creano e cancellano impieghi fino a rendere nullo il loro effetto sul mondo del lavoro. Il titolo della ricerca è “Stop worrying and love the robot: an activity-based approach to assess the impact of robotization on employment dynamics” ossia “Smettiamo di preoccuparci e amiamo i robot: un approccio basato sulle attività per valutare l’impatto della robotizzazione sulle dinamiche occupazionali” . Lo studio giunge alla conclusione secondo la quale, in assenza di dati particolareggiati per ogni singolo settore industriale, la robotizzazione alle nostre latitudini crea un effetto nullo tra impieghi creati e quelli cancellati. Negli Stati Uniti, per contro, è stata notata una complessiva riduzione degli impieghi.

Il rapporto infatti abbraccia la questione in modo più ampio, valutando sia l’impatto della robotizzazione sulle categorie più soggette alla sostituzione (e non identificando variazioni degne di nota nel loro impiego), sia l’impatto sui profili professionali che si occupano della programmazione, dell’installazione e della manutenzione di robotica e automatizzazioni, la cui occupazione è cresciuta del 50% durante l’ultimo decennio. La cosa interessante è che, sempre stando al medesimo studio, nelle aree industriali che fanno maggiormente ricorso alla robotica, gli impieghi specialistici sono aumentati in modo più sensibile. Informazione questa che potrebbe apparire ovvia ma che, ad una lettura più approfondita, sembra confermare la teoria citata in apertura: il minore costo della produzione spinge a produrre di più, con ricadute positive sull’impiego.

Studiare gli effetti in diversi settori

Ed è proprio con uno degli autori dello studio, Mauro Caselli, ricercatore dell’Università di Trento, che approfondiamo la questione dell’effetto dei robot sull’impiego, e in particolare se sia possibile avere dati sufficientemente dettagliati della penetrazione dei robot in ogni singolo comparto industriale.

 “Gli studi finora si sono concentrati solo sugli effetti macro o su settori molto ampi (manifattura e servizi)”, replica Caselli. Il motivo è dovuto al fatto che non abbiamo abbastanza dati (osservazioni, che in questo caso vorrebbe dire anni) a livello settoriale per un solo paese. Ci sono però delle ricerche che cercano di studiare gli effetti della robotizzazione in maniera più disaggregata andando ad analizzare come variano tra diversi settori o tipi di lavoratori. “Questo è possibile in tre modi – spiega Caselli –  Prima di tutto, ci sono vari studi che aggregano dati di vari paesi, per esempio europei. In questo caso, si avrebbero dati per un settore industriale per vari paesi e si può studiare se gli effetti della robotizzazione variano a seconda del settore. Una seconda possibilità è quella di usare dati a livello micro, cioè di impresa. Il vantaggio in questo caso è che si avrebbero molte osservazioni (imprese) per un dato settore industriale e questo potrebbe bastare per analizzare l’effetto della robotizzazione in ogni singolo settore”.

Il problema è che i dati d’impresa in genere non forniscono informazioni sugli investimenti in robot, però ci sono alcune indagini specifiche che possono aiutare. Per esempio, per l’Italia c’è l’indagine Ril (Rilevazione Longitudinale su Imprese e Lavoro) condotta dall’Inapp (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche). In altri paesi, come la Francia, è possibile usare i dati sulle importazioni di robot a livello d’impresa. “Purtroppo, in Italia questo tipo di dati non sono disponibili per i ricercatori”, spiega Caselli. “La terza possibilità per studiare come gli effetti della robotizzazione variano tra lavoratori è analizzare gruppi di lavoratori con attività simili, come facciamo nel nostro lavoro”.

Effetto generale nullo, ma necessità di fare formazione

I dati a disposizione, benché siano soltanto parzialmente legati ai diversi settori, mostrano un quadro diverso da quello ipotizzato dagli studi di natura anglofona: “In generale, non direi che i dati macro mostrano un aumento dell’impiego laddove aumenta la robotizzazione. Per esempio, nel nostro lavoro mostriamo che l’effetto generale è nullo, però ci sono gruppi di professioni per le quali effettivamente il numero di lavoratori aumenta con la robotizzazione, in particolare quelli che definiamo operatori di robot, come per esempio i tecnici e gli operatori di catene di montaggio automatizzate. Allo stesso tempo ci sono delle professioni che vedono una diminuzione del numero di lavoratori impiegati, in particolare le professioni che richiedono un uso continuato dei muscoli addominali e lombari, come per esempio gli addetti allo spostamento delle merci. Risultati simili, ma per gruppi di lavoratori classificati in modo più aggregato o per settore, si trovano in altri studi, anche per altri paesi europei. Al contrario, per gli Stati Uniti gli effetti della robotizzazione sull’impiego sono in media negativi”, spiega Caselli.  

Lo studio evidenzia e rilancia la necessità di istruzione e formazione, affinché i lavoratori acquisiscano le competenze per collaborare con i robot e le automazioni in genere, che ci si attende crescere nell’epoca post-pandemica. Questa è un’esigenza anche (e soprattutto) in Italia, dove c’è un’economia industriale basata su profili professionali a bassa qualifica e a bassa conoscenza tecnologica. Un tema di rilievo che viene osservato costantemente anche dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), secondo il cui osservatorio in Italia ci sarebbe un eccesso di professioni strettamente legate alle capacità fisiche e una carenza di quelle legate alle capacità tecnico-tecnologiche.

Solo pezzi di un puzzle

I concetti espressi fino a qui portano a una conclusione di massima: dire che i robot creano o distruggono posti di lavoro è fuorviante. Ne creano così come ne distruggono, disegnano una spaccatura tra professioni più o meno sostituibili da robot, automazioni e intelligenze artificiali. Chi dice che i robot creano impiego, così come chi dice il contrario, guarda soltanto uno dei bicchieri sulla tavola, laddove un bicchiere corrisponde a una singola professione o a un singolo comparto industriale, osservando se è pieno oppure vuoto. Si tende quindi a raccontare una verità, parte di quel tutto più grande che è la realtà delle cose. 

Mauro Caselli dà il suo contributo per sciogliere un altro dubbio, quello relativo all’eventualità che, grazie all’abbattimento del costo industriale e all’aumento delle capacità produttive, gli imprenditori assumano più lavoratori: “Per rispondere a questa domanda, devo premettere che uno dei problemi di fondo della letteratura è che in generale finora gli studi con dati macro (settori/paesi) hanno trovato degli effetti nulli o addirittura negativi sull’impiego, mentre quelli con dati micro hanno trovato degli effetti positivi. Nel nostro lavoro troviamo per la prima volta degli effetti positivi per specifiche categorie di professioni. L’effetto positivo che noi troviamo è potenzialmente dovuto all’aumento di produttività e grandezza delle imprese dovuto agli investimenti in robot, ma è anche possibile che parte dell’effetto sia dovuto alla ridefinizione delle attività dei lavoratori all’interno delle professioni in seguito all’introduzione di robot nel processo produttivo in modo tale che i lavoratori possano lavorare insieme ai nuovi robot. Pure gli studi micro supportano la tesi dell’espansione e del miglioramento delle imprese. Il problema è però quello di capire se e in che misura le imprese che non investono in robot perdono più o meno lavoro di quelle che investono. Se ciò che interessa è l’effetto netto complessivo, questo è un problema che gli studi micro non riescono ad affrontare in maniera completa e per quello possono essere affiancati da studi più macro come il nostro. Quindi, possiamo dire che c’è un meccanismo legato all’espansione e miglioramento delle imprese, ma esiste anche un meccanismo legato alle competenze e alle attività dei lavoratori”.

Il bisogno di dati più strutturati

La questione è che mancano dati sufficientemente strutturati. L’International Federation of Robotics (associazione nata per diffondere e rafforzare la robotica), nello stilare i propri report, non appare in grado di inserire ogni robot installato in una categoria industriale specifica: tra le informazioni che si evincono dal grafico sotto spicca il fatto che, limitatamente al 2020, 122mila installazioni sulle 383mila totali (il 32%) sono inserite in categorie industriali vaghe (segnatamente le categorie “Altre” e “Non specificate”). 

Seppure in modo generalizzato, l’International Federation of Robotics, fornisce i numeri delle installazioni di robot (macchinari, automazioni in genere e anche robot propriamente detti) a livello globale per anno. Questo è il quadro di insieme che risulta nel grafico sotto.

Davanti a un quadro in cui non c’è certezza della qualità dei dati relativi alle installazioni di robot, tracciare un parallelo tra questi e l’impiego che generano o distruggono è aleatorio. È più razionale sostenere che, gli aumenti dell’impiego registrati ovunque nel mondo, nei mesi immediatamente successivi ai lockdown, siano dovuti alla ripresa della produzione e non all’aumento della robotizzazione; che la robotizzazione abbia influito è parimenti plausibile ma stabilire in che misura è proibitivo.

La questione non si esaurisce qui, si pensi ai dati più aggiornati rilasciati dall’Osservatorio Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa): a giugno l’occupazione nel comparto è aumentata dello 0,7%, portando così la crescita su base annua al 2,7%. Bene, si dirà. In realtà, in 84 casi su 100, si tratta di lavoratori precari. 
Abbozziamo quindi una definizione migliore, sostenendo che gli effetti della tecnologia sul lavoro variano in base alla natura delle tecnologie e del lavoro medesimi. Non si tratta di un fare un’analisi monodimensionale che valuti soltanto la complementarità della robotica e il lavoro, ma di intendere questo rapporto come sussidiario, perché gli effetti dell’innovazione sul lavoro dipendono sia dalle qualifiche del lavoratore sia dalle capacità delle tecnologie. Il risultato sembra essere, per il momento, che a fare le spese della robotizzazione siano le professioni meno qualificate.

La situazione in Italia

Grazie ai dati forniti da Ucimu – Sistemi per produrre, ovvero l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione e prodotti a questi ausiliari – possiamo tratteggiare il quadro italiano. 
I dati del grafico che segue sposano la linea della scarsa profondità delle informazioni. Benché emerga che, per esempio, tra il 2010 e il 2014 l’aumento delle installazioni di robot industriali sono coincise con l’aumento del tasso di disoccupazione, non si può dire con certezza in quali comparti sia aumentata l’occupazione, in quali  diminuita e di che tipo di contratti si tratti, se a tempo pieno, parziale, a tempo indeterminato o di diverso tipo.

Il discorso cambia invece esaminando gli anni dal 2015 in poi, laddove al progredire del numero delle nuove installazioni di robot e automatismi, è coincisa una progressiva diminuzione del numero dei senza lavoro. 

Per quanto riguarda l’economia degli ultimi anni, ossia dalla fine delle clausure pandemiche del 2020-2021, l’economia è stata per mesi in forte ripresa proprio grazie al graduale ritorno alla normalità. Stabilire in che modo l’impiego sarebbe aumentato senza l’apporto della robotica è, coi dati a disposizione, impresa non realizzabile.

Sullo sfondo, varie questioni etiche

In questo quadro, in cui è ancora difficile trarre conclusioni, si inseriscono le questioni etiche legate alla robotizzazione. Ci si interroga sui diritti dell’uomo nell’epoca digitale, sulla sua capacità di adeguarsi e di rimanere integrato nella società. Si sta cominciando ad affrontare la questione delle integrazioni di reddito in favore dell’uomo, a cui la robotizzazione può restringere le attività professionali (Il co-fondatore di Microsoft, Bill Gates ha proposto di tassare i robot per finanziare una sorta di “reddito di cittadinanza”). Infine, ci si interroga sul campo d’azione dei robot e delle intelligenze artificiali.