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Identikit globale della forza lavoro nel tech

Foto di Ian Schneider da Unsplash

Immagine in evidenza: Ian Schneider da Unsplash

Quali sono i dati che dobbiamo guardare per capire com’è fatta la forza lavoro del settore tecnologico? Possiamo dire “dipende”, come accade spesso quando cerchiamo un numero che risponda in modo definitivo alle nostre indagini. Perché questo ambito comprende moltissime professioni diverse e non tutti i Paesi o gli enti statistici le classificano nello stesso modo.

Prendendo in considerazione le fonti istituzionali, come Eurostat, troviamo per esempio i numeri sulle persone specialiste nelle ICT, cioè nelle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, ma anche le statistiche su chi fa ricerca in questo campo o chi ha un impiego nei settori “ad alta tecnologia e nei servizi ad alta intensità di conoscenza”, che però riguarda sia il lavoro con “i computer” che qualsiasi altra tecnologia specializzata usata in altri ambiti, dai trasporti alla finanza. Bisogna quindi fare delle scelte, e guardare ai dati ricordando che il profilo “tipo” di un lavoratore e o di una lavoratrice del tech in realtà… non esiste.

Tra l’altro, se chiediamo al chatbot di Dall-e di mostrarci una “persona che lavora nel tech”, senza ulteriori dettagli, il risultato sarà un uomo, bianco, in un ufficio di design con grandi finestre e almeno tre schermi sulla scrivania, oppure con indosso un visore, al centro della stanza, intento a spostare elementi digitali che solo lui può vedere. Se continuo ad aggiornare l’immagine, il protagonista, la mia “persona del tech” non cambia, è lì, con i suoi schermi, ben vestito e sicuro di sé, a digitare codice o disegnare complicati algoritmi. Un lavoro solitario e un ruolo di alto profilo, di impatto, sembra suggerire l’atmosfera generata dalle AI.

Il trend dei licenziamenti

Per il secondo anno consecutivo i giornali riportano sul tema la stessa notizia, e cioè quella che riguarda la persistente ondata di licenziamenti collettivi. Anche il 2024, dopo un 2023 da record, è cominciato con annunci di tagli di personale da parte di Amazon, Salesforce, Microsoft, Google (che ha già speso 700 milioni di dollari in liquidazioni solo a gennaio) e altre aziende, che continuano a licenziare sull’onda del mantra “fare di più con meno”, esplicitato dall’amministratore delegato di Microsoft Satya Nadella già un anno fa.

Tra il 2022 e il 2023 secondo il tracker di Layoffs.fyi, sito a cura dell’imprenditore Roger Lee che monitora tutti i licenziamenti del settore tech, più di 428mila persone sono state lasciate a casa da un migliaio di aziende che comprendono player come Alphabet, Microsoft, Meta e X (proprio nel passaggio da Twitter a X.com è stato licenziato l’82% dello staff). E in questi primi tre mesi del 2024 siamo a 58mila licenziamenti in 237 aziende e startup.

Cos’è successo? Le fluttuazioni che ben sono espresse da questo grafico mostrano che alle assunzioni avvenute nel mercato IT nel 2020 per far fronte alla domanda di servizi digitali aumentata con la pandemia non è corrisposto un effettivo trend di lungo periodo. Se si aggiungono i costi dell’aumento dell’energia e il ritorno alla normalità post pandemica, i dati mostrano che il 2020 è stata l’eccezione, non la regola.

Secondo il New York Times la strategia dei tagli per questo 2024 dovrebbe essere meno “di massa” e più mirata, con investimenti e spostamento di risorse su prodotti chiave come l’intelligenza artificiale.

È tutto da vedere, dal momento che proprio Alphabet a gennaio ha chiuso un contratto del valore di 82,8 milioni di dollari con la società di outsourcing Appen, che forniva annotatori di dati esterni per testare la qualità del motore di ricerca di Google. Appen è un’azienda che impiega lavoratori e lavoratrici per microtask come la verifica e l’etichettatura dei dati, compiti divenuti particolarmente importanti negli ultimi anni per garantire un efficace funzionamento dei grandi modelli linguistici che sono addestrati su dati annotati da migliaia di esseri umani per aiutare gli algoritmi a classificare le informazioni e predire di quali contenuti abbiamo bisogno. L’annotazione o etichettatura dei dati è la base dell’intelligenza artificiale in molti campi, dalle automobili a guida autonoma ai motori di ricerca, ma anche degli algoritmi di moderazione dei social media.

Anche se su quest’ultimo punto c’è scarsa trasparenza da parte delle aziende che impiegano agenzie esterne, è dimostrato da numerose ricerche che a verificare e controllare video violenti e disturbanti per evitare che finiscano sulle nostre bacheche social sono proprio i moderatori e le moderatrici di contenuti di aziende in appalto come Appen, che godono anche di minor protezione per i propri diritti sul lavoro.

Se ci concentriamo nel settore consumer (da Facebook a Twitch), dove sono avvenuti la maggior parte dei licenziamenti, le conseguenze dei tagli non ricadono unicamente sui lavoratori. Secondo un report dell’organizzazione Free Press nell’ultimo anno Meta, Twitter e YouTube hanno rimosso 17 policy che proteggevano gli utenti contro l’hate speech e la disinformazione, rendendo i contenuti online esposti alla diffusione di contenuti falsi e violenti proprio in corrispondenza con l’avvio della campagna elettorale negli Stati Uniti del 2024. In più, hanno rimosso interi team di moderazione dei contenuti (e fact checking), prendendo quindi in modo esplicito una decisione di ridurre gli investimenti in questo ambito.

Da chi è fatta l’industria del tech?

Dentro i dataset che possiamo usare per capire chi sono i lavoratori dell’IT (o dell’ICT) è difficile trovare informazioni sulle migliaia di persone che in realtà svolgono un compito fondamentale, cui negli ultimi anni si è aggiunto il campo dell’addestramento delle intelligenze artificiali. Guardando alle classificazioni delle professioni IT lo stereotipo (“maschio, bianco, trentenne”) è confermato, almeno per quanto riguarda il divario di genere.

Secondo il Global Gender Gap Report 2023 del World economic forum le donne rappresentano solo il 33,2% dei lavoratori nell’ambito delle tecnologie, dell’informazione e dei media, una classificazione comunque molto ampia del settore.

In Europa, secondo lo studio della Commissione Europea “Donne nell’era digitale” solo 24 laureate su 1000 hanno una specializzazione collegata all’ICT – delle quali solo sei trovano lavoro nel settore digitale.  La quota di uomini impiegati in questo settore è 3,1 volte maggiore di quella delle donne.

Non esiste invece una mappa rappresentativa della forza lavoro nell’ICT a livello internazionale.

C’è, nelle banche dati, un problema di classificazione, come dicevamo: abbiamo il settore “digitale”, quello tecnologico che comprende anche i media, e il settore “stem” (Science, Technology, Engineering and Mathematics), dove abbiamo dati che riguardano la forza lavoro che ci interessa ma anche tutta la parte di ricerca. Come spiega bene l’ILO nella parte metodologica del suo database, dove è possibile verificare il numero di persone che lavorano nel settore STEM per Paese, “i dati sono una serie sperimentale, poiché non esiste una definizione concordata a livello internazionale per le occupazioni STEM, e comprendono occupazioni che vanno dallo sviluppatore di software all’assistente medico.”

Anche se è uno dei settori che raccoglie più dati, proprio per far funzionare i prodotti e i servizi che vende, scoprire quante sono le persone che lavorano a livello globale nell’industria tecnologica non è un viaggio che si compie in pochi clic, dunque. Cercare questi dati a partire dai motori di ricerca fa notare quanto si è scritto e si è cercato di studiare in termini di rappresentazione di genere, comunque, dal momento che sono presenti tantissime analisi disaggregate per sesso in materia.

In Europa è Eurostat che ci fornisce le stime sulla popolazione che lavora in “scienza e tecnologia”, se prendiamo la definizione più ampia possibile, e si tratta di oltre 69,8 milioni di persone di età compresa tra i 25 e i 64 anni con un aumento del 2% rispetto al 2021.

Nel 2022, gli scienziati e gli ingegneri rappresentavano il 23,7% delle persone impiegate in professioni S&T nell’UE. In termini assoluti, il numero di scienziati e ingegneri è aumentato del 3,2% nell’UE rispetto al 2021 e il paese con il maggior numero di scienziati e ingegneri è la Germania, con oltre 3,5 milioni di scienziati e ingegneri. Il sottogruppo professionale comprende anche il 34,7% di “altri professionisti (diversi da scienziati e ingegneri)” e il 41,6% di “tecnici”.

Scendendo nel dettaglio, quando si parla di tecnologia e di “Employment in technology and knowledge-intensive”, parliamo in totale di 9,7 milioni di persone, di cui la maggior parte, il 67%, sono uomini.

Freelance in crescita e outsourcing dal Nord al Sud

Un rapporto molto corposo dell’ILO del 2021 sui lavoratori e le lavoratrici delle piattaforme mostra che la quota più grande di lavori da remoto a livello globale rientra nella categoria dello sviluppo software e del lavoro tecnologico, e la parte di questa categoria su tutto il lavoro freelance online è aumentata dal 39% nel 2018 al 45 %, in linea con i bisogni emersi in pandemia.

La mappa mostra i flussi di domanda di lavoro e la dimensione della bolla indica l’entrata commerciale (volume di lavoro) in milioni di dollari statunitensi che arriva nel paese.

I dati raccolti mostrano che la domanda di lavoro proviene principalmente da Australia, Canada, Germania, Nuova Zelanda, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e Stati Uniti. Una grande parte di questo lavoro viene eseguito però da lavoratori nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in India (26 milioni di dollari), che rappresenta quasi il 20% del mercato totale, seguita da Filippine (16 milioni di dollari) e Ucraina (13 milioni di dollari).

Nel complesso, scrive l’Ilo, “il quadro dell’outsourcing di lavoro tramite piattaforme digitali non è cambiato rispetto al 2013, mentre il volume delle transazioni è aumentato e quasi tutti i Paesi ora hanno una quota maggiore di datori di lavoro domestici che affidano compiti su queste piattaforme. Di conseguenza, i mercati del lavoro online sono più diffusi in tutto il mondo”.

Anche se la lente del genere è fondamentale per capire le disuguaglianze nel mondo del lavoro, soprattutto in un ambito dove è presente uno dei maggiori divari anche in termini di gap salariale, servirebbero, come dimostrano i report dell’ILO, analisi che vanno in profondità per guardare alle ramificazioni di un settore che oggi non si svolge più solo nei cosiddetti Paesi “industrializzati”.

I dati che abbiamo osservato ci dicono infatti che le ripercussioni delle scelte degli investimenti che vengono fatte ai vertici di poche grandi aziende della Silicon Valley hanno in realtà una portata che non è sempre facile da individuare per quanto riguarda le ricadute sui lavoratori e che, quando si tratta di occupazioni invisibili, sottopagate e non specializzate, anche se essenziali, le discriminazioni avvengono sulle categorie più deboli. 

Abbiamo una rappresentazione troppo stereotipata della forza lavoro del tech, e non basta etichettare i dati perché l’AI generativa li rappresenti in modo da garantire la diversity, bisogna raccontarla in modo diverso, magari producendo statistiche più uniformi a livello globale.

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