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La “guerra fredda” dell’AI

GR Stocks da Unsplash

Immagine in evidenza da GR Stocks su Unsplash

Chi sta vincendo la guerra delle AI? E poi, c’è veramente una guerra delle AI? L’intelligenza artificiale come fattore di potenza e di ricchezza delle nazioni è difficile da decodificare a causa della complessità, segretezza e, paradossalmente, anche della eccessiva esposizione mediatica di questo settore.

Da un lato, infatti, c’è la ricerca pura, che è nata negli anni Cinquanta ed è arrivata a maturazione attorno al 2010 con la dimostrazione dell’efficacia delle reti neurali profonde.. Un ambito che attrae una buona parte dell’attenzione e del discorso pubblico anche se è considerato i già maturo: le principali innovazioni sono già state fatte, adesso siamo in una fase di evoluzione e messa a terra della tecnologia.

Dall’altro, c’è appunto, la corsa alla commercializzazione , iniziata con il lancio pubblico di ChatGPT da parte di OpenAI lo scorso novembre. È il piano che genera il maggior rumore mediatico e che viene alimentato dagli investimenti e dalla nascita di moltissime startup e da piccole e grandi iniziative di settore, senza contare i risvolti politici e regolamentari.

Nel mezzo, esiste un terzo piano di lettura delle AI che riguarda le politiche internazionali degli Stati e delle grandi corporation. È quella che nel 2018 la rivista americana Wired ha definito “la guerra fredda delle AI” e che Henry Paulson, ex segretario al Tesoro dell’amministrazione George W. Bush, poco dopo ha chiamato “Economic Iron Curtain”, la “Cortina di ferro economica”. Ed è quella in realtà meno conosciuta e soggetta al maggior numero di fraintendimenti, distorsioni e pregiudizi, secondo le ricerche come quella condotta da Joanna J. Bryson, ed Helena Malikova per Global Perspectives della University of California Press.

La percezione del pubblico, tra la novità commerciale e la fantascienza

Il piano geopolitico, secondo diversi studi, è poco percepito dall’opinione pubblica occidentale, perché la narrazione mainstream è basata invece su una “hype” generata dalla meraviglia dei primi prodotti presentati, soprattutto ChatGPT, e dalla conseguente corsa alla realizzazione di prodotti e funzioni commerciali ricollegabili all’intelligenza artificiale. In questo campo gli investimenti delle aziende stanno “drogando” il settore dell’informazione, che a sua volta ha maggiore interesse a rincorrere le storie più sensazionalistiche per attrarre click ed engagement da parte del pubblico, soprattutto in una fase di crisi acuta per i media internazionali.

Secondo una ricerca condotta da Columbia Journalism Review, infatti, la copertura mediatica della AI ha già superato quella della maggior parte delle tecnologie e fenomeni tech presentati negli ultimi anni (realtà virtuale, metaverso, deep fake) raggiungendo sostanzialmente le vette della copertura mediatica dei Bitcoin e “della promessa delle criptovalute di cambiare il sistema bancario e commerciale così come lo conosciamo”.
In particolare, scrive il rapporto, “a soli sei mesi dal lancio, ChatGPT sta già ricevendo un’attenzione simile a quella riservata alle criptovalute nel 2021, quando i prezzi del Bitcoin raggiunsero il picco, oltre un decennio dopo la sua diffusione al pubblico nel 2009”.

La qualità della copertura mediatica è però fuorviante perché in generale sottolinea gli aspetti più “fantascientifici” (come, tra le tante, l’ultima in ordine di tempo: l’intervista a Geoffrey Hinton, pioniere della AI, che ha dichiarato che “la AI può sterminare l’umanità e potrebbero essere impossibile fermarla”) e apre al rischio di non informare o sottovalutare l’impatto delle AI da un punto di vista etico, del futuro del mondo del lavoro e del rischio militare e geopolitico.

L’interesse degli Stati per l’AI

La principale ragione per la quale l’intelligenza artificiale viene ritenuta uno strumento strategico dai Governi e dai colossi della tecnologia del pianeta è legata sostanzialmente a due ragioni: da un lato il vantaggio industriale (e la conseguente ricchezza economica) che può generare e dall’altro la possibilità di essere utilizzata per scopi militari o di controllo interno.

L’interesse da parte dei Governi per lo sviluppo e l’utilizzo delle tecnologie di intelligenza artificiale è legato innanzitutto all’impatto che gli sviluppi futuri delle AI possono avere sulla ricchezza delle nazioni, ovvero il grande gioco competitivo su scala globale.

Secondo Idc, il valore complessivo del mercato delle AI crescerà del 19% all’anno e nei prossimi tre anni arriverà a sfiorare il valore di mille miliardi di dollari. Per la società di consulenza Accenture la ricchezza verrà generata dall’incremento del 40% della produttività del lavoro fatto usando la AI, che a sua volta porterà vantaggi a cascata in tutte le filiere produttive. La società di servizi professionali e consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC) in una ricerca ha quantificato questo effetto, sostenendo che la ricchezza generata utilizzando le AI supererà i 15mila miliardi di dollari. Per questo grandi banche americane come Bank of America e Goldman Sachs ritengono che gli investimenti nel settore cresceranno in maniera rapidissima, superando i quasi 100 miliardi investiti nel 2021 (prima cioè dell’annuncio di ChatGPT), che a loro volta erano già cresciuti di cinque volte rispetto al quinquennio precedente.

Queste valutazioni derivano dal fatto che, a partire dal 2010, con i primi risultati positivi offerti dagli algoritmi di machine learning, le AI sono diventate un mercato in costante crescita, che produce valore aggiunto in vari settori: dalla sanità al settore finanziario e assicurativo alla ricerca biotech. Quest’ultimo è il comparto economico con il maggior valore aggiunto dell’economia occidentale, assieme al settore delle tecnologie digitali e al settore della produzione, gestione e distribuzione dell’energia. Che, non a caso, utilizzano anch’essi da tempo algoritmi di intelligenza artificiale per aumentare la redditività delle loro attività.

Uno scontro economico prima di tutto

Con questa premessa, basandosi cioè sulla ricchezza che viene generata, lo scontro economico tra nazioni per il controllo e la gestione dell’intelligenza artificiale è già spiegabile e, dal loro punto di vista, pienamente giustificato anche da fattori geopolitici. Sempre secondo PwC, ad esempio, la ricchezza generata dalle AI verrà distribuita in maniera piuttosto diseguale nel mondo: gli Usa e la Cina intercetteranno poco meno di due terzi degli oltre 15mila miliardi di dollari previsti nel 2030, mentre al resto del pianeta arriverà circa un terzo del totale. Anche qui, con una ulteriore divisione tra Europa e le altre economie sviluppate da un lato e i Paesi in via di sviluppo dall’altro, ai quali arriveranno sostanzialmente le briciole

Rivalità Usa-Cina

Questo scontro economico è alla base della narrativa che fa riferimento alla “Guerra fredda delle AI” tra Usa e Cina e si inserisce in un più ampio scontro legato all’accesso delle tecnologie digitali da parte della Cina (che, secondo alcuni studi, ha una limitata capacità di ricerca, sviluppo e produzione, anche se sta rapidamente colmando il gap). Gli Stati Uniti hanno bloccato l’esportazione di una serie di tecnologie e vietato la collaborazione alle aziende americane o straniere che vogliano portare avanti attività commerciali negli e con gli Stati Uniti nel settore delle tecnologie informatiche e per le telecomunicazioni a partire dall’amministrazione Obama. Il ban alle tecnologie cinesi si è esteso durante l’amministrazione Trump (arrivando a comprendere ad esempio anche Asml, azienda olandese principale produttore al mondo di impianti litografici per la produzione dei “negativi” da cui vengono realizzati gli strati di microscopici transistor dei microchip) ed è stato sostanzialmente mantenuto dall’attuale presidente americano Biden.

Giustificato con ragioni di sicurezza nazionale, il divieto di esportazione ha avuto non solo l’obiettivo di bloccare i rischi di spionaggio, presunto o reale, da parte dei fornitori di tecnologia come Huawei (legati a Pechino) negli apparati e infrastrutture telematiche occidentali, ma anche di isolare la ricerca e sviluppo di nuove tecnologie da parte delle aziende cinesi. Questo perché, secondo Eric Schmidt, ex numero uno di Google e oggi lobbista e consulente dell’amministrazione americana sui temi di intelligenza artificiale, e Graham T. Allison, professore di scienza politica di Harvard, oggi la Cina avrebbe una “capacità delle AI superiore a quella degli Usa” in molte aree critiche. E gli Usa non sarebbero in grado di “difendersi dalla Cina” sui mercati della tecnologia: “La maggior parte degli americani – scrivono Schmidt e Allison – ritiene che il vantaggio del proprio Paese nelle tecnologie avanzate sia inattaccabile. E molti nella comunità della sicurezza nazionale statunitense insistono sul fatto che la Cina non potrà mai essere più di un “concorrente quasi alla pari” nell’IA. In realtà, la Cina è già un concorrente alla pari a tutti gli effetti, sia in termini di applicazioni commerciali che di sicurezza nazionale dell’IA. La Cina non sta solo cercando di padroneggiare l’IA, ma la sta padroneggiando”.

Il ruolo di Eric Schmidt

La prima valutazione di Schmidt, che ha presieduto anche la National Security Commission americana sull’Intelligenza artificiale, risale al 2019 con un primo rapporto nel quale vengono indicati gli estremi del problema e la necessità di coinvolgere ricercatori universitari e i centri di ricerca aziendali per mappare lo stato dell’arte dello sviluppo dell’AI. Un settore, nell’economia americana, in cui il peso della componente privata è il triplo per investimenti e numero di addetti rispetto a quello della ricerca universitaria (che venti anni fa invece dominava il settore). Per questo, la commissione presieduta da Schmidt ha proposto di raddoppiare l’investimento americano nel settore privato entro il 2026, portandolo a 32 miliardi di dollari.

Schmidt è una figura chiave di questo particolare snodo: ha fatto da consigliere a due presidenti americani (Obama e Biden) oltre ad aver aiutato Hillary Clinton a creare la sua piattaforma politica per la tecnologia. Soprattutto, Schmidt è stato tra i primi sostenitori dell’utilizzo delle AI da parte del Governo militare americano per costruire un vantaggio in termini di armamento.

L’ex numero uno di Sun Microsystems e di Google, infatti, dopo aver lasciato la guida dell’azienda di Mountain View nel 2017 (dove aveva supervisionato i progetti legati all’intelligenza artificiale, alle auto a guida autonoma e ai computer quantistici), era stato invitato dall’allora segretario alla difesa di Barack Obama, Ashton Carter a presiedere un’altra commissione: il Defense Innovation Board.

A partire da questo momento Schmidt è stato il principale artefice dell’idea di trasferimento tecnologico dalla Silicon Valley verso la Difesa americana. Il manager, che ha recentemente scritto un libro con Henry Kissinger e lo scienziato informatico Daniel Huttenlocher intitolato “The Age of AI: And Our Human Future”, ritiene che le AI non solo cambieranno la nostra relazione con la conoscenza, la forma della società e quella della politica, ma anche le armi e gli eserciti del pianeta.

Nodo Taiwan e microchip

Per sviluppare le AI c’è bisogno di tre cose: algoritmi innovativi, una grande massa di dati per addestrare i modelli (punto sul quale la normativa Usa è estremamente permissiva) e una potenza di calcolo enorme per elaborarli. Quindi: servono chip moderni e potenti, in grande quantità. Qui si inserisce un rischio di tipo militare e geopolitico, perché il centro di produzione dei microchip nel mondo, attualmente, è a Taiwan. Schmidt torna molto spesso sul “nodo di Taiwan”, cioè il problema della produzione dei microchip più avanzati.

Schmidt ha detto più volte che “la microelettronica è alla base di tutta l’intelligenza artificiale e gli Stati Uniti non producono più i chip più sofisticati del mondo. Dato che la stragrande maggioranza dei chip all’avanguardia viene prodotta in un unico stabilimento separato da appena 110 miglia d’acqua dal nostro principale concorrente strategico, dobbiamo rivalutare il significato di resilienza e sicurezza della catena di approvvigionamento.”

Il concorrente è, ovviamente, la Cina, mentre lo stabilimento che si trova a sole 110 miglia dal territorio “nemico” è quello di un’azienda chiamata TSMC, Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, che si trova nell’isola che la Repubblica popolare cinese considera una estensione del proprio territorio.

Se, da un lato, gli Usa hanno avviato durante la presidenza Trump una netta strategia di “re-internalizzazione”, per riportare in patria la produzione ad alto valore aggiunto di semiconduttori e altre componenti chiave nella produzione di computer (la stessa TSMC ha avviato la discussa ristrutturazione di un suo impianto per la produzione di microchip in Arizona dal costo di 40 miliardi di dollari), dall’altro la strategia nel settore delle AI della Cina e del blocco europeo (e dei pochi altri attori rilevanti al mondo, come Corea del Sud, Giappone, Iran e Vietnam) è più difficile da decodificare. La Cina per mancanza di informazioni, il resto del mondo per difficoltà a elaborare una strategia coerente che riesca a competere con quella degli Usa.

L’Europa ha più volte tentato, nel corso degli ultimi venti anni, di avviare progetti di ricerca e sviluppo nel settore dell’intelligenza artificiale, ma senza raggiungere i risultati e la scala degli Stati Uniti. Questo, anche a causa della mancanza di uno dei tre fattori necessari all’addestramento e allo sviluppo di sistemi ad alte prestazioni: microchip sufficientemente potenti.

I più grandi produttori al mondo sono americani od operano in sinergia con gli americani: oltre a Tsmc e a Intel, ha un ruolo chiave la statunitense Nvidia, produttrice di schede video che si è trovata in una posizione di naturale vantaggio nello sviluppo sia di processori nel settore della produzione di criptovalute che in quello dell’addestramento di modelli di AI. Tuttavia, i principali produttori di tecnologia legate alle AI negli Usa sfruttano processori creati ad hoc.

L’innovazione nella AI dalla Silicon Valley all’Europa

Google ha realizzato le Tensor processing unit (TPU), dei processori progettati su misura per il suo cloud che consentono di ottimizzare l’addestramento delle AI. La stessa cosa ha fatto Amazon per i suoi data center di AWS (il servizio cloud dell’azienda). Più di recente anche Facebook, per tenere il passo nella corsa alle AI con Google e Amazon, ha iniziato a progettare dei chip su misura (e messo in open source gli algoritmi dei suoi sistemi di intelligenza artificiale). Dal 2019 Microsoft ha sviluppato internamente il chip Athena mentre OpenAi si appoggia a processori di altri. La stessa Apple, che ha un ruolo significativo nella realizzazione di apparecchi smart, ha realizzato dei SoC (System on a Chip) su misura, Apple Silicon, con una componente specializzata per l’esecuzione degli algoritmi di intelligenza artificiale chiamata Neural Engine che copre circa il 50% della superficie del chip stesso.

In Europa la strategia per le AI procede invece lungo due direttrici parallele: l’Unione europea ha effettuato una serie di stanziamenti per la ricerca software soprattutto nel settore accademico, da un lato, e sta spingendo sulle normative sia per la raccolta, il trattamento e l’elaborazione delle informazioni personali dall’altro. Inoltre, la Ue sta avanzando anche una serie di normative miranti a disciplinare direttamente l’operatività del settore delle intelligenze artificiali, che sono legate però alla strategia di sviluppo degli scambi commerciali e al trasferimento tecnologico con gli Usa.

Dal punto di vista della ricerca, come ha spiegato  – durante un incontro a Milano cui abbiamo assistito – il presidente dell’associazione italiana dell’intelligenza artificiale, Gianluigi Greco, in Europa non possiamo competere con la potenza di calcolo degli Usa: “Attualmente i migliori sistemi hanno 17mila Gpu [unità di calcolo per accelerare le computazioni grafiche e delle AI, NdR], il più performante ne ha 43mila. Non abbiamo questa potenza di calcolo o le risorse per costruirla. Dobbiamo affrontare i problemi nei settori in cui possiamo fare la differenza, cioè gli algoritmi, e trovare soluzioni più creative e innovative in questo ambito”.

I finanziamenti erogati dall’Europa nel settore sono relativamente consistenti. Come ha spiegato ancora in occasione del già citato evento Vittorio Calaprice, analista della rappresentanza italiana per la Commissione europea, gli investimenti vengono erogati tramite differenti piani, da Horizon Europe, Next Generation EU, fino al Pnrr. La Ue investe un miliardo all’anno e attrae altri 20 miliardi di euro di investimenti privati. Gli Usa hanno un investimento di circa 55 miliardi di dollari. La Cina si stima che investa circa 20 miliardi di dollari. In Europa, il Paese che investe di più è il Regno Unito (ma è fuori dalla Ue). Immediatamente dietro ci sono Germania e Francia, che però seguono un approccio integrato con i progetti europei. L’investimento in Italia si aggira attorno ai 500 milioni.

Per l’Europa, oltre all’aumento della produttività, secondo le politiche dell’Unione europea l’AI dovrebbe essere in sinergia con lo sviluppo sostenibile e contribuire soprattutto alla trasformazione digitale per renderla, nelle parole della Commissione, una “Twin Transition”, una doppia transizione in cui oltre a una dimensione di diritti e regolamentazioni per gli individui ci devono essere anche indirizzi per quanto riguarda la sostenibilità. Una AI “non solo antropocentrica ma anche planetocentrica”, nelle parole dei dirigenti della Commissione.

La Commissione europea spinge anche per l’adozione di regolamentazioni specifiche che sono simmetriche alla richiesta di una “moratoria” sulle AI proposta dai big del tech negli Usa, che servirebbe però sostanzialmente a congelare lo status quo, cioè il vantaggio della coppia OpenAI-Microsoft rispetto a Google, Facebook e Amazon ma soprattutto a scapito della concorrenza delle startup e di altri potenziali “disruptor” del mercato, che ha visto per un decennio investimenti enormi da parte dei big che adesso devono monetizzarli con i primi prodotti e servizi.

Il modello asiatico

Fuori dall’Europa, i Paesi asiatici investono sistematicamente nelle AI e nello sviluppo delle soluzioni di tipo differente. In Corea del Sud il gruppo Naver, che gestisce il primo motore di ricerca del Paese con una quota di mercato del 61% rispetto al 29% di Google, si è alleato con Samsung (una delle poche aziende al mondo dotate di impianti avanzati per la produzione di microchip) e il Governo coreano per la realizzazione di un modello di AI sofisticato (chiamato HyperClova AI) e un ecosistema di aziende e startup collegate.

Naver sta sviluppando delle AI localizzate per i Paesi del mondo arabo, nonché per i grandi Paesi non anglofoni, come Spagna e Messico, dove i Governi desiderano avere i propri sistemi di AI personalizzati in base ai loro contesti politici e culturali e “al sicuro” anche da possibili interferenze o atti di spionaggio da parte di aziende legate al governo americano. “Sarà un business enorme, – ha detto al Financial Times Sung Nako, un dirigente di Naver responsabile dello sviluppo dell’AI – poiché la tecnologia AI sovrana sta diventando sempre più importante per la protezione dei dati”.

Un ruolo più defilato ma non meno importante in Asia è quello del Giappone, che nella AI vede uno strumento di aumento della redditività del lavoro e della produzione, ma anche un modo per automatizzare il già esteso parco di robot industriali (e in futuro per le cure domestiche). La prima strategia è basata sul piano “Society 5.0” che mira a portare un impatto positivo delle tecnologie di AI assieme a d altre, nel tessuto sociale del paese.

Il convitato di pietra della corsa alle AI però è un altro: la Cina.

Il Paese viene percepito come un rischio in occidente soprattutto da quando, nel luglio del 2017, ha annunciato di voler raggiungere la leadership planetaria nel settore delle AI entro il 2030. La leadership di Xi Jimping, che sta perseguendo con determinazione una serie di primati scientifici e tecnologici, tra cui la messa in orbita del primo astronauta “civile” con un vettore cinese o la commercializzazione di un aereo di linea capace di fare la concorrenza nei trasporti a corto e medio raggio a Boeing e Airbus. La Cina è anche da tempo il primo produttore e acquirente al mondo di auto elettriche e il piano “Made in China 2025” punta alla capacità di spingere ancora di più l’evoluzione industriale del Paese.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, il ruolo maggiormente conosciuto è quello del settore privato, guidato da pochi, grandi produttori: Tencent, Baidu e il gruppo Alibaba. Ma, come osserva lo International Institute for Strategic Studies, “Dopo la Silicon Valley il secondo centro al mondo di intelligenza artificiale è l’Accademia delle scienze cinese”.

Non sono noti gli usi interni sui sistemi d’arma autonomi sviluppati dall’esercito popolare cinese, ma sono più conosciuti quelli nell’ambito del controllo delle popolazioni. Dai pionieristici sistemi di visione e riconoscimento dei volti per individuare nella folla delle persone di etnia uiguri e poi dissidenti politici e altre persone schedate, ai sistemi automatici di contenimento di milioni di persone durante la pandemia di Covid-19: nella provincia di Hubei, abitata da 60 milioni di individui (leggermente superiore alla popolazione italiana), la Cina ha mantenuto un enorme cordone sanitario completamente impermeabile al passaggio delle persone grazie a una serie di algoritmi di intelligenza artificiale “per tracciare gli spostamenti dei residenti e aumentare le capacità di analisi mentre venivano costruite nuove strutture sanitarie”.

Chi sono i Paesi cyber-maturi

L’IISS ha rivisto la sua classificazione dei tre livelli che misurano la cyber-maturità dei Paesi nel mondo, che ha visto a lungo il predominio del sistema statunitense (l’unico al livello uno), seguito dal “gruppone” composto da Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Israele, Russia e Cina nel secondo livello, e poi dal terzo livello con India, Indonesia, Giappone, Malaysia, Corea del Nord, Iran e Vietnam. Adesso la Cina, secondo varie analisi, avrebbe raggiunto una cyber-maturità paragonabile a quella degli Usa soprattutto grazie alla ricerca nell’ambito delle AI. Un ambito che però, per quanto riguarda la Cina, è in realtà del tutto sconosciuto all’esterno.

Tuttavia, il rischio viene presentato come molto tangibile e pressante: nel 2018 l’allora capo di stato maggiore americano, generale Joseph Dunford, aveva dichiarato: “Chiunque abbia un vantaggio competitivo nell’intelligenza artificiale e sia in grado di mettere in campo sistemi basati sull’intelligenza artificiale, potrebbe benissimo avere un vantaggio competitivo complessivo”.

Al di là della propaganda di Pechino e della narrativa della “Guerra fredda della AI” occidentale, non ci sono informazioni indipendenti e autonome che indichino quali sono i risultati raggiunti dalla ricerca militare e governativa cinese e quali sono le applicazioni concrete. Esistono poche ricerche che forniscano un quadro completo sui sistemi d’arma descritti o pubblicizzati come “autonomi” o “intelligentizzati” che si basano sulla ricerca scientifica e militare e nello sviluppo di sistemi senza pilota e di tipo missilistico, ma anche di superficie (come i cani-robot autonomi da combattimento, ad esempio).

La guerra in Ucraina e la corsa agli armamenti AI

Anche indirettamente, sia per quanto riguarda la capacità innovativa in questo settore della Cina o del’Iran e della Corea del Nord, oltre che della Russia stessa, non ci sono indicazioni concrete. Il conflitto militare in corso tra Ucraina e Russia è stato sino a questo momento uno scontro a bassa intensità per quanto riguarda l’uso delle AI. Al di là dell’utilizzo dei droni e di pochi sistemi simili, non sono state impiegate armi avanzate di tipo autonomo sia in volo che soprattutto sul terreno, come robot da attacco e altri sistemi d’arma autonoma che permetterebbero a ciascuna delle parti di ridurre le perdite e contrastare più efficacemente le forze avversarie.

Tuttavia, la narrativa sulla “Cortina di ferro” e il costante pericolo di un utilizzo militare dell’intelligenza artificiale da parte dei “paesi nemici”, cioè Russia e in generale Cina, è costantemente presente nel discorso pubblico. In generale, negli ambienti conservatori americani si parla da tempo di “corsa agli armamenti delle AI” e il tema viene visto quantomeno come la chiave di volta per le future relazioni diplomatiche degli Usa con la Cina.

Anche nel conflitto militare in corso tra Ucraina e Russia sarebbe sempre possibile una escalation delle AI. Un timore che viene alimentato da varie testate internazionali, anche sulla base del fatto che già in passato le AI sarebbero state utilizzate durante dei conflitti, come segnalato da un rapporto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu riguardo alla seconda guerra civile in Libia. Si trattava, in quel caso, di sistemi d’arma letali e completamente autonomi del tipo STM Kargu-2, capaci di individuare e attaccare sino a distruggere bersagli di natura non predefinita, operando senza alcun tipo di connessione con gli operatori remoti. Ancora lontani dall’utilizzo di robot con licenza di uccidere (o interi sciami di robot autonomi d’assalto dotati di forza letale sia via terra che in volo), il cui effetto sorpresa sarebbe riservato probabilmente a conflitti più vicini al cuore degli interessi geopolitici americani ed europei.

In conclusione, l’intelligenza artificiale come fattore di potenza militare oltre che come fattore di ricchezza economica è al centro degli obiettivi delle principali potenze planetarie. I tentativi di comprensione e regolamentazione del fenomeno sono però ancora frammentati e divisi in ambiti diversi: da quello militare a quello economico oppure alle regolamentazioni commerciali e per la privacy.

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