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Non solo balletti: il ruolo di TikTok nell’infowar

Non solo balletti: il ruolo di TikTok nell'infowar

In un video pubblicato il 25 febbraio, il giorno dopo l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, si vedono i bombardamenti notturni su Kiev. I frammenti infuocati che piovono dal cielo e illuminano i palazzi della capitale ucraina sembrano fuochi d’artificio. In una scritta in sovrimpressione si legge “The capital of Ukraine at the moment”. In sottofondo gli MGMT cantano la loro hit electro-pop, Little Dark Age: “Oh oh, forgiving who you are, for what you stand to gain, just know that if you hide, it doesn’t go away”.

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Il filmato, postato su TikTok da Marta Vasyuta, studentessa ucraina ventenne che vive a Londra, ha superato ad oggi le 50 milioni di visualizzazioni. Fino alla fine di gennaio il profilo di Vasyuta era indistinguibile da quello di milioni di altri suoi coetanei: pillole di banalità quotidiana in perfetto stile Gen Z, qualche meme, brevi video su Londra e video-selfie a volontà. Da metà febbraio la ragazza ha trasformato la sua timeline in un bollettino di guerra e cambiato la sua bio: “mostro video reali di persone reali. Donate ai giornalisti in Ucraina”. 

Quello di Vasyuta è solo uno degli innumerevoli account TikTok, non solo gestiti da ucraini, che hanno iniziato a raccontare l’invasione russa quasi dal vivo, secondo gli stilemi e le strutture tipiche della piattaforma. Sono di solito contenuti rapidi, con montaggi grezzi, colonne sonore fuori contesto, messaggi immediati e semplici. Vasyuta pubblica dal suo esilio londinese i filmati che riceve dall’Ucraina, ma non si contano i profili di chi mostra la guerra come parte della propria quotidianità nel Paese. Sono video privi di qualsiasi linearità narrativa, che favoriscono l’immediatezza visiva e la descrizione didascalica degli avvenimenti. La piattaforma social che in molti identificano ancora con i balletti scemi, i video demenziali o le espressioni simpatiche di Khaby Lame, si sta dimostrando invece come la più duttile a raccontare la realtà non lineare e disordinata della guerra. 
I grandi network americani parlano ormai con insistenza della prima TikTok War, nel solco di una tradizione giornalistica autoreferenziale che identifica i conflitti sulla base del media che meglio ne racconta lo svolgimento. La guerra in Vietnam fu la prima vera Television War; nel 1991 l’invasione americana dell’Iraq venne trasmessa in diretta tv, e la Guerra del Golfo divenne così la prima live CNN War. Oggi piace il neologismo WarTok, coniato dal New York Magazine e già riutilizzato più volte da altre pubblicazioni.

Lanciato a cavallo tra il 2016 e il 2017, il social network è gestito da ByteDance Ltd, azienda internazionale con sede centrale a Pechino. Nonostante sia sviluppata e controllata da una compagnia cinese, la piattaforma non è disponibile in Cina, dove gli utenti possono invece accedere a Douyin, un servizio pressoché identico alla versione internazionale ma molto più controllato e censurato secondo le linee guida sui contenuti fornite dal governo. In pochi anni la popolarità di TikTok è cresciuta in maniera rapidissima: oggi sono più di un miliardo gli utenti globali della piattaforma. Il merito è del formato originale dei contenuti: video brevi, divertenti, montati con ritmo serrato e spesso associati al remix di canzoni famose o dell’audio di altri filmati. In molti identificano TikTok con i “balletti” perché per un lungo periodo i video di gente che balla sono stati i contenuti più popolari e pubblicati. Oggi la qualità e tipologia dei contenuti, soprattutto nei paesi occidentali, varia molto e include un numero sempre maggiore di video informativi. 

TikTok ha alle spalle cinque anni movimentati sullo scacchiere internazionale, con varie crisi legate sia alla proprietà cinese sia all’alta percentuale di utenti minorenni sulla piattaforma.
Negli Stati Uniti, uno dei mercati più importanti, la piattaforma ha sfiorato la messa al bando durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Trump. Il governo di Joe Biden ha però “messo in pausa” le sanzioni previste contro ByteDance, che nel frattempo un tribunale di Washington aveva riconosciuto come illegittime.
TikTok è particolarmente diffuso tra i più giovani, con centinaia di milioni di utenti che hanno un’età compresa fra i 10 e i 19. In Italia, dal febbraio 2021, TikTok ha introdotto una nuova policy per impedire l’iscrizione dei minori di 13 anni in seguito a un’incidente che ha coinvolto una bambina palermitana e che in molti hanno associato a una “challenge” pericolosa diffusa sulla piattaforma.

I numeri confermano il ruolo di TikTok nel racconto dell’invasione russa: come riporta Wired, negli otto giorni a cavallo dell’invasione, dal 20 al 28 febbraio, le visualizzazioni dei video taggati #Ukraine sono schizzate da 6,4 miliardi a 17,1 miliardi. Al 24 di marzo sono quasi raddoppiate, superando i 32 miliardi. A queste si aggiungono i 24,1 miliardi di visualizzazioni del tag #Украина (ucraina in cirillico), usato dai locali ma anche da chi, dall’estero, vuole indirizzare i propri video agli ucraini o ai russi. In questi conteggi non sono considerate le visualizzazioni che i video ottengono quando vengono scaricati e ripubblicati su altre piattaforme, come Twitter, Facebook e soprattutto Instagram.

Mimetiche memetiche

Le funzionalità che permettono ai TikToker di raggiungere un pubblico così ampio e di condividere con estrema facilità i propri contenuti e quelli degli altri, si sono però dimostrate altrettanto facili da abusare per diffondere disinformazione. L’immediatezza dei contenuti, il ruolo fondamentale del remix audio (con la possibilità di unire immagini e suoni che niente hanno a che fare tra loro) e il modo in cui l’algoritmo di TikTok propone video dopo video nella sezione “For You” sulla base dell’engagement pregresso, sono strumenti perfetti per la diffusione di informazioni spacciate come vere, ma difficilmente verificabili. 

In altre parole, le caratteristiche che hanno suggellato il successo di TikTok nel racconto della guerra sono le stesse che lo rendono terreno fertile per un meta-scontro fra propaganda e anti-propaganda. Un campo di battaglia in cui non si combatte con la mimetica ma con la memetica, a colpi di video che fanno leva sull’arco riflesso della rabbia o della compassione, dell’orgoglio nazionale o della strenua difesa dall’aggressore. 

Uno degli esempi più lampanti del problema lo ha fornito un video pubblicato il 28 febbraio in cui la TikToker Nastya Tyman mostra come guidare un carro armato russo. In pochi giorni il video virale ha racimolato quasi 7 milioni di visualizzazioni. A un primo sguardo sembrava scontato che Tyman fosse una creator ucraina entrata in possesso di un tank abbandonato dai russi durante l’invasione del Paese. L’influencer del resto non forniva nel filmato alcuna informazione che suggerisse altrimenti. Nelle ore e nei giorni successivi innumerevoli testate internazionali hanno riproposto il contenuto senza alcuna verifica, celebrando anzi l’inventiva e l’ironia del popolo ucraino nel rispondere all’attacco dell’invasore russo. Un rapido giro di fact-checking ha però dimostrato che Tyman non aveva affatto girato quel video durante la guerra: era un vecchio contenuto del 2021, filmato in Russia — dove l’influencer di origini ucraine vive da sempre — e lo aveva pure già pubblicato. Vista la popolarità dei contenuti sul conflitto, la ragazza aveva semplicemente cambiato l’introduzione e rilanciato il video senza alcuna precisazione. 

(Dis)Info Wars

Il caso di Tyman non sembra il frutto di un piano di disinformazione ben congegnato, quanto il tentativo da parte di un influencer di guadagnare visualizzazioni e follower sfruttando l’argomento caldo del momento. Allo stesso tempo il potenziale info-bellico di TikTok, soprattutto tra i più giovani, è risultato immediatamente chiaro tanto al blocco occidentale quanto alla Russia ed entrambe le parti hanno cercato (e cercano) di piegarne i meccanismi a proprio favore. 
In un discorso pronunciato la notte prima dell’invasione e indirizzato soprattutto alla popolazione russa, il presidente ucraino Zelensky ha incluso esplicitamente “i TikToker” fra le “persone comuni” che possono contribuire a fermare la guerra, con una scelta che ha suggellato il ruolo preminente di TikTok nella narrazione del conflitto rispetto a piattaforme concorrenti come Facebook e Instagram. A conferma dell’importanza della piattaforma, l’amministrazione Biden ha tenuto un briefing virtuale con i più seguiti TikToker americani per informarli sulla Guerra in Ucraina e sulla risposta americana alle minacce nucleari di Mosca.“Il miglior antidoto alla disinformazione è la verità”, ha detto la portavoce Jen Psaki durante l’incontro. Gli influencer sono stati invitati a fare domande e a condividere le proprie opinioni su come gli Stati Uniti possano “vincere la guerra d’informazione sui social media”. 

Dall’altra parte della barricata i russi hanno lavorato a loro volta per conquistare terreno su TikTok. Secondo quanto rivelato da un’inchiesta di Vice, all’inizio di marzo un canale Telegram russo gestito da un amministratore anonimo ha lanciato una serie di campagne di propaganda pagando diversi influencer per diffondere informazioni favorevoli alla posizione russa. L’organizzazione delle campagne è avvenuta tramite una serie di briefing paragonabili a quelli che gli influencer ricevono per la sponsorizzazione di un prodotto di bellezza o di un capo d’abbigliamento. Per quanto sia inevitabile ipotizzare il coinvolgimento delle strutture della propaganda governativa russa, non è stato possibile per Vice stabilire un collegamento diretto fra il canale Telegram e il governo di Mosca.

TikTok è l’unico grande social network internazionale ancora attivo in Russia.
Il 21 marzo scorso un tribunale di Mosca ha confermato la messa al bando di Facebook e Instagram, in risposta a un ricorso di Meta contro un’analoga decisione deliberata il 4 marzo dal Roskomnadzor, l’agenzia statale che controlla (e censura) le comunicazioni. Secondo il giudice i due social network controllati dall’azienda di Mark Zuckerberg sarebbero colpevoli di “attività estremiste” e di “discriminazione contro i media russi” dopo la messa al bando di emittenti e testate come Sputnik e Russia Today.
La posizione dei social di Menlo Park si è aggravata dopo che l’azienda aveva fatto sapere di aver rivisto temporaneamente la propria policy sui contenuti per non bloccare i contenuti che incitano alla violenza contro i soldati russi in Ucraina.
Facebook ha un ruolo marginale nel panorama dei social network nel Paese, dove è molto più utilizzato il concorrente locale VKontakte. Non altrettanto si può dire di Instagram, che viene utilizzato dal 51% della popolazione. Ancora più diffuso WhatsApp, sempre di proprietà di Meta: l’app di messaggistica è installata sugli smartphone di circa 84 milioni di russi (che sono 146 milioni).

La reazione di TikTok

A queste operazioni di infowar TikTok ha risposto con una serie di azioni pratiche, basate quasi tutte sull’ottemperanza alle imposizioni locali, sia in Europa sia in Russia. All’inizio di marzo la piattaforma ha seguito l’esempio di Facebook e ha bloccato Sputnik e Russia Today in tutta l’Unione Europea, etichettando come “media di stato” altre fonti a livello globale (ad esempio l’agenzia TASS). In un documento pubblicato il 4 marzo l’azienda ha spiegato che sta lavorando “già dall’anno scorso allo sviluppo di una policy coerente ed esaustiva sui media di Stato”. L’azienda spiega di comprendere che, in un momento particolare come questo, “aggiungere un ulteriore livello di contesto possa essere d’aiuto alle persone. Come risposta alla guerra in Ucraina, stiamo procedendo con l’adozione progressiva della policy sui media controllati dallo Stato, offrendo agli utenti elementi di contesto per valutare i contenuti che stanno guardando in app”. 

Il 6 marzo l’azienda si è vista però costretta a un aggiornamento dello stesso documento sullo stato del suo servizio in Russia. A seguito dell’approvazione della “legge sulle fake news” avvenuta il 4 marzo, scrive TikTok, “non abbiamo altra scelta che sospendere il livestreaming e i nuovi contenuti nel nostro servizio video in Russia mentre esaminiamo le implicazioni di sicurezza di questa legge. Il nostro servizio di messaggistica in-app non sarà impattato. Continueremo a valutare le circostanze in continua evoluzione in Russia per determinare quando potremmo riprendere completamente i nostri servizi, mantenendo la sicurezza come nostra priorità assoluta.”
La legge in questione è lo strumento con cui il regime di Mosca ha messo il bavaglio alle informazioni sulla guerra in Ucraina, cui in Russia ci si può riferire solo come “operazione militare speciale”. Le pene per chi non accetta il bavaglio prevedono fino a 15 anni di carcere. 

Nonostante le dichiarazioni di TikTok, a poco più di un mese dall’inizio dell’invasione russa il problema della disinformazione, legata in particolare a contenuti propagandistici da entrambi i fronti, rimane centrale sulla piattaforma. Inoltre se da una parte le misure prese da TikTok non sono riuscite a limitare efficacemente i contenuti non verificabili o fuorvianti, dall’altra l’eccesso di premura con cui TikTok ha bloccato le proprie operazioni in Russia contribuisce a un ulteriore balcanizzazione della rete, con una netta divisione tra fronte orientale e occidentale. Due report, uno pubblicato da Newsguard e uno redatto da Tracking Exposed, fanno luce rispettivamente sul problema della disinformazione e sul rischio di inasprimento della discrepanza geografica tra i contenuti. 

Il report di Newsguard sulla disinformazione

Nel corso del mese di marzo, un team di sei analisti di Newsguard (startup giornalistica che si occupa di tracciare la disinformazione in rete) hanno creato degli account su TikTok e simulato un normale utilizzo dell’applicazione. A tutti e sei, entro quaranta minuti dall’inizio dell’esperimento, TikTok ha fornito nel feed personalizzato “uno o più video falsi o fuorvianti” sulla Guerra in Ucraina. 

L’aspetto più interessante della ricerca, però, è che la disinformazione riscontrata dagli analisti non è a senso unico: l’algoritmo di TikTok ha promosso e promuove senza soluzione di continuità sia contenuti fuorvianti ascrivibili alla propaganda del Cremlino, sia video e informazioni false favorevoli all’Ucraina. Cercando termini relativi alla guerra, i ricercatori di Newsguard hanno riscontrato un generale appiattimento tra i contenuti provenienti da fonti giornalistiche accreditate (e verificate con la spunta blu) a contenuti chiaramente di natura propagandistica, senza distinzioni chiare e ben riconoscibili.

Un problema ricorrente da entrambe le parti, ma molto comune fra i risultati a favore dell’Ucraina, è quello esemplificato dal video dell’influencer russa e del carro armato, cioè il falso collocamento cronologico del contenuto. Un video del presidente Zelensky che “combatte per il proprio Paese”, visualizzato da uno degli analisti e spacciato per recente, ad esempio, è stato girato nel 2021. Chiunque abbia seguito con attenzione lo sviluppo del conflitto sui social avrà inoltre notato come il problema, particolarmente sentito su TikTok, dilaghi inevitabilmente anche su altre piattaforme, come Twitter, con video spesso rilanciati anche da giornalisti e testate verificate.

Durante la ricerca per questo articolo, ad esempio, mi sono imbattuto in un video in cui un gruppo di ucraini intonano l’inno nazionale e resistono a un gruppo di militari, presumibilmente russi. Il filmato, scaricato da TikTok, è stato diffuso da Mike Galsworthy, fondatore di Scientists for EU e della piattaforma Byline media. Non ha niente a che fare con la guerra in Ucraina, però: mostra un confronto avvenuto nel 2017 nel Donbass. Galsworthy si è accorto dell’errore e ne ha approfittato proprio per twittare una correzione ed evidenziare la facilità con cui, anche gli esperti, possono cadere nella trappola della disinformazione. Il commento di un suo follower al tweet di chi gli faceva notare lo scivolone è ancora più interessante e mostra cosa possa motivare, anche dalla parte del fronte anti-Putin, la tendenza a diffondere materiale non verificato o palesemente falso: “it doesn’t matter”, scrive l’utente riferendosi al video. “It is inspiring”. 

Lo studio di Tracking Exposed e il rischio Splinternet

La berlinese Tracking Exposed, una no profit che si occupa di diritti digitali e si concentra sui meccanismi algoritmici di distribuzione e promozione dei contenuti, ha invece approntato uno studio differente della piattaforma, conducendo un’indagine sulle policy di TikTok in Russia. 

“TikTok è l’unica piattaforma globale ancora disponibile in Russia”, spiegano da Tracking Exposed, “ed ha per questo un ruolo prominente nell’influenzare il supporto dell’opinione pubblica alla guerra”. La ricerca della no profit ha riscontrato che dal 7 marzo scorso tutti i contenuti pubblicati da profili non russi non sono più disponibili agli utenti russi. Significa che chi vive in Russia e apre TikTok può visualizzare solo contenuti prodotti e caricati da altri utenti russi prima delle restrizioni annunciate dall’azienda nel suo aggiornamento del 6 marzo. 

Nonostante il blocco imposto all’upload di nuovi contenuti in Russia, evidenzia il report, un network di account collegati tra loro riesce a sfruttare un “loophole”, una scappatoia tecnica, per diffondere comunque la propaganda del Cremlino. Fra questi ci sono anche alcuni dei TikToker al soldo del network di disinformatori russi scoperti da Vice. 
L’esperienza d’uso dell’app per chi naviga dalla Russia è surreale: i profili dei maggiori TikToker globali, di figure pubbliche o di enti governativi occidentali esistono e sono visibili, ma sono privi di qualsiasi contenuto. Lo stesso vale per le pagine ufficiali di brand internazionali come McDonald’s: i contenuti globali sono bloccati, mentre quelli caricati da McDonald’s Russia sono ancora visibili. Neppure l’account ufficiale di TikTok sfugge al ban su base geografica.

Non solo balletti: il ruolo di TikTok nell'infowar
Credits: Tracking Exposed

“Con ogni probabilità TikTok ha preferito prendere una decisione drastica in risposta a una legge così liberticida come quella russa sulle fake news”, spiega a Guerre di Rete Claudio Agosti, fondatore di Tracking Exposed e co-autore dell’indagine. “Del resto è un compromesso che funziona anche in Europa, dove TikTok ha subito accettato di non rendere visibili Sputnik e RT. Il problema però riguarda la trasparenza e l’accountability di questa decisione: l’azienda non ha mai confermato di aver bloccato i contenuti esteri in Russia”. 

Il bando collettivo dei contenuti su base geografica, spiegano da Tracking Exposed, è una forma di Splinternet senza precedenti. Con il termine si indica il frazionamento della rete in blocchi separati, controllati e gestiti sulla base del potere politico cui afferisce ciascuna porzione. In Russia TikTok ha circa 28,5 milioni di utenti, ovvero il 5% della propria user base globale. Se quegli utenti possono accedere e vedere solo video pubblicati da profili di connazionali, significa che la piattaforma ha bloccato nel Paese circa il 95% dei contenuti. 

È la prima volta che una piattaforma social conduce un’operazione così massiccia di blocco dei contenuti su base geografica. L’indagine mostra inoltre come il blocco sia avvenuto a livello applicativo, e non sia stato imposto dall’alto attraverso strumenti di censura controllati dal governo. In altre parole l’operazione è una scelta operativa di TikTok: per quanto comprensibile alla luce dei rischi legati alla recente legge russa sulle fake news, è comunque da registrare come un passo pericoloso verso un’ulteriore balcanizzazione della rete globale. 
“Il vero problema è che una piattaforma centralizzata delle dimensioni di TikTok avrà sempre il potere di decidere cosa viene visto e cosa viene bloccato”, dice ancora Agosti. “Paradossalmente, per quanto nefaste, le logiche dello Splinternet sono chiare. Il tema più ampio, su cui ci focalizziamo da tempo come team e che stiamo già analizzando, è quello molto più complesso e subdolo delle penalizzazioni algoritmiche e dello shadow-banning. In quel caso i contenuti rimangono disponibili e accessibili direttamente, ma non appaiono mai”.

Il termine Splinternet indica il frazionamento dell’internet globale in blocchi distinti e non comunicanti, controllati da potenze politiche o grandi aziende. È stato coniato nel 2001 da un ricercatore del Cato Institute, il think tank libertario americano, per indicare una serie di reti internet parallele, gestite come “universi distinti, privati e autonomi”. Un esempio di Splinternet è l’internet cinese, che il governo di Pechino gestisce e controlla in maniera autonoma rispetto all’internet “globale” del blocco occidentale. Per quanto in parte intercomunicante con il resto della rete mondiale grazie a blocchi aggirabili in maniera ancora relativamente semplice, l’internet cinese è censurata e controllata direttamente dal governo di Pechino.
La Russia di Putin ha più volte espresso l’intenzione di sviluppare e controllare una rete internet “sovrana”, controllata da Mosca. La prima pietra è già stata posata con una legge del 2019 che prevede l’installazione di strumentazione finalizzata al tracciamento, al filtraggio e al reindirizzamento forzato del traffico dati in Russia.
Il governo di Mosca ha inoltre già testato sul campo una rete privata chiamata Runet la scorsa estate, quando il governo ha chiesto a tutti i maggiori operatori di rete del Paese di verificare la stabilità e il funzionamento dell’intranet russa in caso di cyberattacchi dall’esterno. Nei primi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina si è parlato con insistenza della possibilità che Runet potesse entrare definitivamente in funzione, isolando la rete russa dal resto del mondo, in maniera ancora più drastica rispetto alla rete cinese. Ad oggi lo switch-on non c’è ancora stato. Vista la dipendenza di milioni di cittadini e aziende russe dalle comunicazioni con l’Occidente, però, il passo potrebbe non essere così semplice e rischia di portare con sé rischi che vanno ben oltre l’isolamento informativo della popolazione.